Tokyo, la megalopoli supertecnologica attraversata ogni giorno da fiumane di uomini e donne che si muovono secondo i ritmi rigorosi e frenetici delle loro vite, tra grattacieli che sfiorano il cielo, mezzi di trasporto pressocchè futuristici, vetrine e insegne abbaglianti, dopo il finimondo è una città spettrale.
L'onda lunga del più spaventoso terremoto che la storia ricordi, del più devastante tsunami che mai il mare abbia vomitato sulla terra, l'incubo che l'aria non sia più respiro vitale ma miasma saturo di veleno e di morti, in pochi attimi ha fermato il battito di questa città e di questo Paese tra i più progrediti del Sol Levante. Le immagini che incessantemente scorrono sul video dai luoghi colpiti dalla catastrofe, senza alcun commento perché res ipsa loquitur, testimoniano lo stato d'animo di chi osserva impotente la forza bruta della natura: c'è un aereo in un garage ed un auto intatta sul tetto di una casa sconquassata, c'è una marea di fango su cui galleggiano macerie indistinte, arriva l'onda immane che trascina nella sua corsa vorticosa e irrefrenabile barche, navi, case verso il precipizio.
Ma l'incubo maggiore non è finito: quelle centrali nucleari che finora erano il vanto dell'ingegneria e della tecnica nipponica, in cui con eroico sacrificio di sé, come moderni samurai, si aggirano tecnici con scafandri e maschere antigas, piccoli omini contro il mostro, per scongiurare il distrastro, riaccendono ancestrali paure e il timore che si riaffacci lo spettro del fungo che si levò su Hiroshima e Nagasaki, questa volta sotto forma di una gigantesca nube tossica in balia del vento e della pioggia.
Autore: raffaellaval
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